|
Negli ultimi anni si è verificata una serie di esondazioni spesso con gravi conseguenze per numero di vittime e danni, che hanno stimolato la formazione di gruppi di ricerca aventi come finalità la razionalizzazione degli studi ai fini pratici di definire una metodologia per la prevenzione delle esondazioni e per la sistemazione degli alvei. Dall'inizio di queste ricerche sono stati fatti rilevanti passi in avanti in questo senso. I gruppi di ricerca del C.N.R. (indagine sulle Catastrofi idrogeologiche) hanno messo a punto una proposta di normativa tecnica per la definizione del rischio di inondazione, finalizzata agli studi per l'assicurazione dal rischio d'inondazione (SAI) che dovrebbero essere promossi dagli Enti Regionali. Tale proposta contiene le seguenti parti essenziali:
Entriamo nella prima categoria tutti fattori naturali e artificiali che comportano un restringimento della sezione dell'alveo; essi sono soprattutto:
Nella seconda categoria rientrano i cedimenti per frana, per erosione di sponda, per cambiamento radicale dell'alveo che spesso tende a riacquistare percorsi abbandonati in occasione di antiche piene. Le tecniche destinate ad affrontare il problema di evidenziare il rischio d'esondazione nelle diverse aree sono risultate quindi le seguenti:
Quest'ultima parte viene affrontata con una accurata disamina dei mutamenti di volume dei depositi alluvionali nei diversi tratti; ciò comporta non solo la raccolta di dati indicativi sulle estrazioni di inerti e la delimitazione delle aree assoggettate a tale utilizzo anche saltuariamente, ma anche la ricostruzione, sulle fotografie aeree, della topografia a curve di livello degli alvei. In tal modo è possibile definire in modo chiaro i tratti in erosione e quelli in sovralluvionamento, e osservare lo spostamento delle zone di accumulo e di erosione. Con una tecnica simile, Braga, Paoletti e Larcan hanno risolto il problema dell'evoluzione dell'alveo del F. Trebbia, per la quale anziché la tecnica dell'osservazione aereofotogrammetrica hanno applicato il rilevamento diretto mutamenti volumetrici dei sedimenti. In tal modo si possono porre in evidenza in modo quantitativo i fenomeni erosivi e di trasporto solido, localizzando le aree nelle quali si vengono a creare situazioni al limite dell'equilibrio (ad esempio l'eccesso di accumulo di sedimenti favorisce, se si realizza presso una sponda, la tracimazione delle acque, mentre un eccesso di erosione favorisce il cedimento delle arginature, dei muri di contenimento o delle ripe naturali). Gli effetti sul cedimento delle ripe delle piene possono essere previste effettuando, come nel caso degli studi eseguiti su Adda, Brembo e Serio di prossima pubblicazione, il campionamento dei terreni lungo`le ripe ed analizzandone in laboratorio i caratteri geotecnici; uno studio idrogeologico, pone contemporaneamente in evidenza l'andamento della piezometria e l'entità delle oscillazioni della falda in rapporto con le altezze di piena. La predisposizione di opportuni programmi di calcolo, favorisce l'elaborazione dei dati. In tal modo, suddividendo i corsi d'acqua in tratti più o meno lunghi caratterizzati da struttura geologica e idrogeologica simile, una volta note le pendenze delle ripe, è possibile eseguire rapidamente il calcolo del fattore di sicurezza della sponda con diverse altezze di piena. Si ottiene così (alla stregua di quanto sperimentato dal Servizio Geologico Canadese nel 1983) una cartografia della distribuzione del fattore di sicurezza delle ripe per piene con diverso tempo di ritorno lungo tutto il corso d'acqua. Esse costituiscono un indubbio vantaggio non solo in quanto configurano in modo chiaro la posizione dei settori che possono dar luogo a cedimenti delle sponde, ma anche perché possono indirizzare nei progetti per le opere di difesa e stabilizzazione degli alvei e delle sponde. Lo studio deve comunque essere completato da una cartografia geomorfologica che chiarisca la posizione degli antichi alvei e dei tratti del fiume in cui si manifestano i sintomi di una evoluzione eccelerata, estesa a tutto il bacino. Tali tecniche garantiscono una notevole approssimazione nella buona conoscenza del comportamento del corso d'acqua e, anche se tuttora poco applicate in Italia, se ne può facilmente intravedere l'affermazione come metodologia di base per affrontare il problema del dissesto idrogeologico. Così come il rischio sismico, anche per il rischio idrogeologico dovrà essere approntata una cartografia del tipo di quella proposta, cosicché disastri come quello recente della Valtellina possano essere previsti in tempo utile, insieme con le coperture assicurative, le modalità di pronto intervento e di soccorso e il meccanismo dei risarcimenti e delle operazioni di stabilizzazione che non possono essere sempre improvvisate. |